Il denaro depositato in banca diventa proprietà della banca stessa – l’Art. 1874 del Codice Civile

L’art. 1874 del Codice Civile recita:

“Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.
Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono alla sede della banca presso la quale si è costituito il rapporto.”

In pratica ci troviamo di fronte alla seguente situazione:

  1. Ci obbligano ad avere un conto corrente e ad ivi depositare il “nostro” denaro;
  2. effettuato il deposito, la banca diventa proprietaria del nostro denaro;
  3. la banca diventa contemporaneamente debitrice della somma depositata nei nostri confronti;
  4. in caso di fallimento della banca il nostro denaro diventerà un debito che la banca ha nei nostri confronti e noi saremo considerati dei creditori chirografari, ovvero creditori senza alcun titolo di privilegio da far valere nei confronti della procedura fallimentare.

L’articolo 1874 del codice civile e le relative norme correlate alla lotta al contante assumono le caratteristiche di un vero esproprio e presentano verosimilmente contorni di incostituzionalità…

Dr. Pierluigi R. Antenucci

BAIL-IN E CONFISCA CONTO – COME DIFENDERSI

In caso di salvataggio della banca a risponderne in primis saranno gli azionisti e poi gli obbligazionisti e i correntisti con depositi superiori a 100mila euro, in virtù del principio di Bail-in (salvataggio interno) in applicazione dei decreti legislativi 180 e 181 del 16 novembre 2015, che recepiscono la direttiva europea sulla gestione delle crisi bancarie (direttiva 2014/59/UE).
Per non rischiare la confisca del proprio conto corrente o la perdita di valore degli attivi finanziari in caso di una nuova crisi del sistema finanziario, il consiglio è di tenere nel conto corrente bancario solo la quota minima assicurata e, in caso di risparmi superiori a tale cifra, distribuirli in banche diverse ma sempre di fiducia. In caso di fallimento della banca, infatti, in caso di conti correnti con importi superiori ai 100.000 euro, tutto ciò che supera tale cifra andrà perduto. Un’altra possibilità è di comprare asset fisici reali, come argento e lingotti (o, meglio, sterline) d’oro.
Ricordiamo che il Bail-in prevede che in prima battuta l’istituto in crisi utilizzi il proprio capitale e la Banca d’Italia si adoperi per reperire le risorse necessarie, dopo di che scatta l’intervento dei privati e solo al termine di queste operazioni può intervenire anche il capitale pubblico, attraverso un apposito fondo istituito a livello nazionale (finanziato dal sistema bancario) e il fondo europeo SRF (Single Resolution Fund). La procedura salvaguarda i piccoli risparmi ed i contenuti di cassette di sicurezza e deposito titoli.

Fonte: www.pmi.it

Standard & Poor: chieste dal PM 5 condanne per i vertici e gli analisti oltre a 4,6 miliardi di multa

Dopo la richiesta di condanna per l’analista di Fitch, anche Standard & Poor’s finisce nel mirino della requisitoria del pm Michele Ruggiero nel processo “rating” in corso di svolgimento a Trani. Il sostituto ha chiesto la condanna per manipolazione del mercato a 2 due anni di reclusione e 300 mila euro di multa per Deven Sharma, all’epoca dei fatti presidente mondiale di S&P, e a 3 anni di reclusione ciascuno e 500 mila euro di multa per Yann Le Pallec, responsabile per l’Europa, e per gli analisti del debito sovrano Eileen Zhang, Franklin Crawford Gill e Moritz Kraemer. Per la società Standard e Poor’s è stata chiesta la condanna alla sanzione pecuniaria di 4.647 milioni di euro.

Le contestazioni oggetto del processo di Trani si riferiscono ai report di S&P tra maggio 2011 e gennaio 2012 che avrebbero fuorviato le valutazioni della tenuta del mercato italiano dei titoli, tanto da provocarne un notevole deprezzamento. L’ultimo report sotto accusa è quello con cui S&P, il 13 gennaio 2012, decretò il declassamento del rating dell’Italia di due gradini (da A a BBB+).

Nel 2011, ha precisato il pm nella requisitoria, l’Italia “stava messa meglio di tutti gli altri” Stati europei, ma da parte di S&P c’è stata «la menzogna, la falsificazione dell’informazione fornita ai risparmiatori» mettendo così «in discussione il prestigio, la capacità creditizia di uno Stato sovrano come l’Italia».

Nel corso della requisitoria ha ricordato anche gli indizi che avrebbero incastrato S&P. «Con la sua mail il manager di S&P Alessandro Panichi «non ci ha dato la pistola fumante, ma il bazooka fumante» perché – ha detto il pm – sia con quello scritto sia con la sua deposizione in aula, «ha affondato la sua società e ha fatto gli interessi dei risparmiatori». Così il pm di Trani, Michele Ruggiero, al processo per manipolazione del mercato a cinque tra analisti e manager di Standard & Poor’s. «Dare questi fati falsi – ha detto il pm – è da criminali».

La pubblica accusa ha ricordato che il giorno in cui Standard & Poor’s declassò l’Italia, il 13 gennaio 2012, esprimendo giudizi negativi anche sulle banche,il responsabile per gli istituti di credito di S&P, Renato Panichi, inviò una mail agli autori del report contestando loro di aver espresso giudizi contrari alla realtà sul sistema bancario. A giudizio della pubblica accusa, la mail è una prova determinante sulle condotte illecite contestate agli imputati, accusati di manipolazione del mercato.

Nella mail interna Panichi scrive a Eileen Zhang e Moritz Kraemer (questi ultimi due imputati) e contesta al primo che «non è giusto» scrivere nel ‘RU’ dell’Italia «che c’è un elevato livello di vulnerabilità ai rischi di finanziamenti esterni. Attualmente – sottolinea – è proprio il contrario, uno dei punti di forza delle banche italiane è stato proprio il limitato ricorso/appello ai finanziamenti esterni o all’ ingrosso». La missiva si conclude con un invito esplicito: ”Per favore rimuovi il riferimento alle banche!». Durante la sua deposizione in aula nei mesi scorsi, l’imputato Moritz Kraemer ha spiegato ai giudici che la mail «ha un contenuto non corretto perché chi l’ha scritta, Renato Panichi, è un analista bancario che non ha visto l’analisi sul rating dello stato sovrano», che segue criteri diversi da quelli sul rating delle banche, e che «faceva riferimento ai soli dati delle banche».

Secondo l’accusa in quell’arco temporale gli imputati, a vario titolo, avrebbero posto “in essere una serie di artifizi tanto nell’elaborazione quanto nella diffusione dei rating sul debito sovrano italiano concretamente idonei a provocare: una destabilizzazione dell’immagine, del prestigio e dell’affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari; una sensibile alterazione del valore dei titoli di Stato italiani ed in particolare il loro deprezzamento; un indebolimento dell’Euro”.

In pratica i vertici di S&P avrebbero fornito “intenzionalmente ai mercati finanziari un’informazione tendenziosa e distorta (come tale anche falsata) in merito all’affidabilità creditizia ed alle iniziative di risanamento e rilancio economico adottate dal governo italiano, in modo da disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne, così, il loro valore”.

A corollario dell’impianto accusatorio anche un recente patteggiamento fatto da Moody’s con il Dipartimento di giustizia americano per definire una maxi sanzione nata dall’accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari rischiosi negli ani della crisi del 2008-2009. Fatti diversi ma che confermerebbero il modus operandi (non corretto) delle agenzie di rating.

La richiesta segue quella di giovedì scorso fatta dallo stesso pm che ha chiesto la condanna a 9 mesi di reclusione e a 16mila euro di multa dell’analista di Fitch David Michael Willmoth Riley, accusato di manipolazione del mercato, così come i colleghi dell’agenzia S&P accusati di report diversi, ma con contenuto pur sempre furoviante. Report che avrebbero fornito una falsa rappresentazione dei conti pubblici italiani che – come riferito dallo stesso pm nella scorsa requisitoria – erano “solidissimi”.

Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it

LITE TEMERARIA PER LA BANCA CHE NON SI RENDE DISPONIBILE AL TENTATIVO DI CONCILIAZIONE

Nell’ambito di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, con sentenza n. 5795 del 30 novembre 2016, il Tribunale di Torino ha giudicato il comportamento processuale della Banca convenuta – opposta, consistito nel non rendersi disponibile ad alcun tentativo di conciliazione, idoneo a legittimare condanna ex art. 96 c.p.c.

Nel caso di specie, in particolare, l’Istituto di credito aveva manifestato la propria indisponibilità nel corso di apposita udienza ex art. 185 c.p.c., fissata dal Giudicante all’esito di istruttoria processuale da cui era emerso che il cliente – ricorrente in opposizione, non solo non era debitore delle somme oggetto di decreto ingiuntivo, ma anzi risultava essere creditore di cospicue somme nei confronti della Banca convenuta.

Fonte: www.dirittobancario.it

L’art. 1815 cod. civ. è applicabile a tutte le tipologie di rapporti bancari

L’art. 1815 c.c. dispone che il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante, salvo diversa volontà delle parti, e che, se sono pattuiti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.

La Cassazione, con la sentenza n. 12965 del 22 giugno 2016 ha affermato che l’art. 1815 c.c., comma 2, come novellato dalla Legge n. 108 del 1996 sull’usura, è norma applicabile a tutti i contratti bancari che prevedono la messa a disposizione di denaro dietro una remunerazione, compresa l’apertura di credito in conto corrente, e questo senza che l’art. 1815 c.c. possa considerarsi norma speciale applicabile esclusivamente ai contratti di mutuo.

Dr. Pierluigi R. Antenucci